martedì 7 giugno 2011

Big in Japan - 5



(continua da - 4)

La J.League. I tempi sono ormai maturi per la nascita di un campionato professionistico di calcio: è il momento buono per dare all'esterno l'immagine di un Giappone fresco, giovane ed internazionale. Non è un periodo felice, per il paese: il boom economico degli anni Settanta appartiene ormai al passato, alla Borsa di Tōkyō l'indice Nikkei crolla ed il Jiyu Minshuto o Jiminto, il partito liberaldemocratico al governo, è invischiato nello scandalo Recruit, episodio di corruzione che vede coinvolti l'omonima società di telecomunicazioni, esponenti politici e dirigenti aziendali.

L'idea di un nuovo campionato di calcio la partorisce Saburo Kawabuchi, nuovo segretario generale della JFA dal 1988. E tutto nasce quando, nell'estate del 1960, lui e i compagni della nazionale vanno in Germania Ovest per prepararsi ai Giochi che il Giappone ospiterà quattro anni più tardi. A Duisburg trovano un centro sportivo all'avanguardia, dotato di tutti i comfort con tre palestre, un ristorante ed un cinema. E, soprattutto, a disposizione della comunità locale e non prerogativa dello stato o di singole imprese. Kawabuchi ne rimane affascinato e si ripromette di costruire qualcosa di simile nel suo paese.

Ci riuscirà nel 1993, con il lancio definitivo della J.League, una vera e propria rivoluzione sociale, non un espediente per far sì che i giapponesi diventino bravi a calcio. Tanto più che una delle prime regole impone di rinominare le squadre. La vita giapponese è troppo dominata dagli affari, dal business, il calcio deve essere uno svago, un motivo di divertimento. E le squadre devono acquisire un'identità in cui le numerose comunità locali si riconoscano. I nomi delle aziende lasciano così il loro posto a quello delle città, seguito da altre, e ben più fantasiose, denominazioni.


Tutto viene pianificato a tavolino, come se il neonato campionato sia un prodotto da lanciare sul mercato: Kawabuchi ingaggia la Mizuno, marca di abbigliamento sportivo, come sponsor tecnico unico cui spetterà il compito di disegnare - e realizzare - le maglie di tutte le squadre. E poi c'è la Sony Creative Products, divisione della grande industria dell'elettronica, che si occupa di creare loghi e mascotte.

Anche in campo sportivo il Giappone mostra le sue peculiarità, riassunte nella coppia di parole "wakon yosai": spirito giapponese, apprendimento occidentale. Quando, infatti, si tratta di creare un nuovo prodotto, i nipponici agiscono nel modo più semplice e razionale: studiano, ed imitano, le eccellenze di quel settore. E così è: il marketing sportivo ed il coinvolgimento di Mizuno e Sony sono la risposta orientale alla grande capacità manageriale, in questo campo, degli Stati Uniti.

Ma molti dirigenti volano anche in Europa, a studiare il calcio vero e proprio: tutti rimangono affascinati dal sistema delle società, dei campionati, degli stipendi. E poi stupisce il forte attaccamento alla squadra, ai suoi colori, alle sua storia da parte dei sostenitori: il modello per antonomasia è l'Italia, con le tifoserie organizzate in gruppi e parte attiva allo stadio con cori fantasiosi.

Kawabuchi, da buon giapponese, cerca anche di evitare di ripetere gli errori che erano stati commessi dai suoi modelli: nel caso degli USA, ad esempio, la NASL era sparita perché le squadre pullulavano di troppi campioni stranieri che, alla fine, oscuravano i giocatori locali. Per far sì che in patria non si verifichi lo stesso problema, Kawabuchi fissa a tre il numero di stranieri arruolabili per squadra: il resto è composto esclusivamente da giocatori nipponici.

Al tempo stesso, vengono fissati i criteri per selezionare i vari stranieri: dovranno essere a fine carriera e un modello di virtù per i giovani che si avvicinano allo sport. Tutto viene pianificato nei minimi dettagli e la J.League è già un evento ancor prima di iniziare: nel maggio 1992, quando la Mizuno dà alla luce le divise delle dieci squadre che prenderanno parte alla prima edizione, sono 440 i giornalisti che richiedono l'accredito.

Un anno dopo, il 15 maggio, allo stadio olimpico di Tōkyō viene fischiato il calcio d'inizio della prima partita, quella tra il Verdy Kawasaki e gli Yokohama Marinos: c'è il tutto esaurito sugli spalti. Il prodotto, finalmente, c'è. Adesso bisogna venderlo ai giapponesi, tutti appassionati di baseball e di sumo.

(5 - continua)
Fonti:
S. Moffett, "Japanese rules", Yellow Jersey Press, 2002
The J.League official website
Japan soccer archive

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